Ubuntu non è Democrazia: è un Marchio. Sorpresi?
felipe, 21 marzo 2010 @ 23:03 in Opinioni.
Etichette: Debian, Mark Shuttleworth, Marketing, Ubuntu
Ci crogiolavamo tutti nel nostro essere Debian radical-geek1 quando notammo modelle nude che ammiccavano “io te la do perché tu me la dai” e ovviamente fu subito amore.
“Una Debian africana con reparto marketing e fantastiliardi per realizzare ogni nostro desiderio?”.
Sembrava la Distro Finale e per molti lo è stata e lo sarà ancora… A patto di mettere a fuoco alcuni dettagli, tipo che le modelle poi devono essersi rivestite. E tipo che prima o poi i fantastiliardi finiscono.
Cos’è Ubuntu? Le ragioni del suo successo
Tante cose. Prima di essere una distribuzione GNU/Linux, Ubuntu è una filosofia. Molto prima di essere una distribuzione è una parola africana dai tanti significati e sfumature possibili. Tra i tanti, in passato sono stati segnalati:
- “Io sono perché noi siamo”
- “Io te la do perché tu me la dai ” appunto
- “Non sono capace di installare Debian”
- “Io so che tu sai che io so”2
Analizziamo tutti questi significati. Sì, sono serissimo :D
Io sono perché noi siamo

Nelson Mandela
Ovvero “Umanità verso gli altri“. È lo slogan ufficiale preso in prestito pari pari dalla succitata antica parola e filosofia africana, come spiega diligentemente Nelson “avrà seni come meloni” Mandela3 nel breve video presente in ogni CD di installazione di Ubuntu.
Fondamentalmente una ottima scelta per un africano come Mark Shuttleworth, nuovo miliardario arricchitosi per aver venduto la sua compagnia nella primissima esplosione di dotCom, uomo dietro alla distribuzione e dietro alla società-che-vende-servizi Canonical. Una scelta che si sposa con gli ideali di una comunità di sviluppatori (e anche qualche utente) di software libero e che promette tutto quel che viene in mente a chi legge lo slogan.
Io te la do perché tu me la dai
Shuttleworth ha messo in moto una vasta e intelligente operazione di marketing, iniziata ancora prima del lancio della prima versione di Ubuntu, nell’ottobre del 2004, e proseguita fino ad oggi.

Alcuni esempi di immagini trovate cercando "Ubuntu" su Google
Tra i tanti capisaldi ci sono state assunzioni e/o coinvolgimenti di sviluppatori del team di GNOME e Debian; commissioni a studi pubblicitari professionali per curare logo, linee grafiche coordinate e altro; trovate destinate a far percepire l’imponenza di disponibilità di risorse come quella di spedire CD gratuitamente a chiunque li richieda e in qualsiasi quantità; riuscitissime pubblicità virali iniziate con la per-nulla-scandalosa esibizione di bellissimi corpi seminudi negli sfondi desktop delle prime versioni (basta una rapida ricerca con Google per Ubuntu Calendar per vederli) e degenerati nei famosi loghi alternativi a base di tette e culi che ancora rimbalzano da un blog all’altro (ecco, ora ne ho riportato anche io qualche esempio, ma a scala ridotta perché vi voglio forti, sani e liberi dal male).
Riprendendo criticatissime parole recentemente scritte da Mark “il pallone è mio” Shuttleworth: “we delegate well”, ossia “siamo bravi a commissionare il lavoro” …alle giuste persone, aggiungo io, anche se queste persone sono semplici appassionati che pubblicizzano Ubuntu a titolo personale. Non posso che dargli atto che ci riesce benissimo e non vedo niente di male in ciò.
Non sono capace di installare Debian

Acidissimo diagramma che mostrerebbe i rapporti tra Debian e Ubuntu
Non ricordo più chi ha la paternità di questa battuta (forse qualcuno di Ars Technica), ma ha colto nel segno lo spirito con cui Ubuntu si proponeva e tuttora si propone come “Linux per esseri umani” che non hanno voglia di sbattersi con installatori o comandi criptici e preferiscono un sistema operativo che non li costringa a perdere il loro status di normale utente per acquisire necessariamente quello di smanettone segaiolo drogato asociale.
Al di là delle infinite e sterili polemiche “Debian vs Ubuntu”, in realtà (un po’ anche grazie a Ubuntu) Debian è ormai semplicissima da installare anche per chi non si fa di silicio in vena, e lo stesso vale per tutte le distribuzioni maggiormente votate all’utente desktop. Ci sono automatismi che abilitano ad installare ed usare Linux chiunque dotato di pollice opponibile. Il punto sorprendente è che ben pochi di questi automatismi sono stati creati “in house” da Canonical per Ubuntu, che invece si è quasi sempre limitata a riutilizzare progetti creati da altri distributori o sviluppatori (anche se non mancano progetti originali). La straordinaria capacità di Ubuntu è però nell’amalgamare il tutto con giusto equilibrio, capacità che passa anche per importanti accordi commerciali che hanno assicurato l’appoggio di produttori e distributori di PC con Ubuntu preistallato, del calibro di DELL.
Anche qui nulla da dire: ottimo lavoro che ha portato risultati tangibili.
Io so che tu sai che io so
Ci avrete scommesso che questa era la parte più importante… Come esposto in maniera spicciola e approssimativa, Ubuntu prodotto commerciale racchiude cose diversissime come: ideali politici, estetica (anche quella degenerata in pecoreccia), risorse tecniche, risorse umane, risorse economiche… Ma non dimentichiamoci appunto che è soprattutto un prodotto commerciale sostenuto da un’azienda e non da una iniziativa umanitaria.
A differenza di preservativi, lavatrici e automobili però Ubuntu non è un prodotto destinato alla vendita per ricavare profitti diretti, in quanto è liberamente e legalmente disponibile a tutti. Anzi, dal momento che i CD vengono addirittura distribuiti fino a casa a spese del produttore, possiamo dire che il confezionamento di Ubuntu come prodotto commerciale è pensato per essere una voce in ingente e permanete perdita per il produttore.
Già, perché a differenza di Debian da cui proviene, che come molte altre distribuzioni è sviluppata dalla comunità, Ubuntu è l’espressione di Canonical, una società che ha investito su Ubuntu i fantastiliardi di cui sopra, apparentemente senza ottenere in cambio grandi cose. Canonical a sua volta è l’espressione di un uomo, un imprenditore che gestisce un patrimonio spropositato, non solo in soldi ma in esseri umani. Che lavorano per lui quasi sempre a titolo gratuito in quanto lui è perché noi siamo eccetera eccetera.
Il Marchio (Ubuntu Brand)
2010. Sono passati quasi sei anni dalla nascita di questa stupenda distribuzione.

Il nuovo logo di Ubuntu
Ubuntu ha cominciato ad allargare i propri orizzonti e offrire anche servizi, senza peraltro disdegnare soluzioni chiuse o proprietarie, quali negozi musicali sulla falsa riga di quanto fatto da Apple o non meglio definiti servizi di cloud computing sulla falsa riga di Amazon S3. Sono tentato di considerare il completamento e la (parziale?) apertura di Launchpad come un segnale che un periodo di crescita infrastrutturale interna per Ubuntu si sia concluso, e che adesso l’enorme spinta propulsiva sarà reindirizzata verso l’esterno. Per adesso senza troppo successo ma staremo a vedere.
Dopo sei anni un numero incredibile di esseri umani in tutto il mondo usa Ubuntu tutti i giorni e beneficia dell’opportunità di avere un sistema operativo libero e gratuito non rivolto solo a cantinari e che invece mira a raggiungere livelli sempre più alti di ergonomia e facilità d’uso. Allo stesso tempo un numero altrettanto incredibile di esseri umani organizzati in una ferrea e articolatissima gerarchia planetaria sviluppa, traduce, documenta, pubblicizza Ubuntu e ci mette la propria faccia.
Io apprezzo semplicemente il visionario seppure danaroso4 imprenditore. Un amministratore accorto che dopo anni vede i suoi investimenti non portare ancora frutti sperati e che ha il dovere di passare al livello successivo: come ad esempio i servizi e il settore enterprise, dove da decenni Red Hat fa scuola. A costo anche di ammettere che Ubuntu non è una democrazia e che nel suoi processi di sviluppo non tutti possono decidere tutto.
Ubuntu non è una democrazia. Sorpresi?
Beh, se siete arrivati fin qui leggendo tutti i paragrafi e non vi siete solo fermati alle foto scollacciate (bravi!) credo che anche per voi sia passato in secondo piano il fatto che Shuttleworth abbia esplicitamente detto qualcosa (di nemmeno troppo brillante) riguardo all’ordinamento politico di Ubuntu, che non è democrazia e beninteso nemmeno meritocrazia. Qualcosa che è mi chiara e mi sta bene fin dal giorno #1, quando si è auto-nominato Benevolo Dittatore a Vita ;)
Come dicevo ieri, parlando del tema (cfr “Nuovo tema di Ubuntu: pregi e difetti“), sotto il frivolo vestito c’è molto da valutare, e oltre alle novità tecniche è proprio il modo in cui il nuovo corso e il nuovo marchio verranno tradotti in realtà a costituire un lungo capitolo a parte, su cui ho opinioni che magari esporrò con calma. Ma da osservatore imparziale, distaccato e disinteressato quale sono, confido che Mr Ubuntu saprà convincere la sua sterminata gerarchia che questa è la giusta direzione, forse l’unica, e che varrà ancora la pena seguirlo.
Così è, se vi pare.
Note alla pagina:
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