MacOSX visto da un pinguino curioso
felipe, 24 marzo 2010 @ 18:21 in Recensioni.
Etichette: Apple, MacOSX
#4: non è *sempre* così sensato
Apple nella sua lunga storia di pensiero differente ha prodotto alcune caratteristiche che rimangono in vita e contribuiscono tuttora alla sua identità. Non è un male, anzi è una cosa carina, ma ad esempio dagli altoparlanti economici integrati del Mac Minchia come di iMac da €1500, il suono d’avvio che viene prodotto appena si preme il pulsante di accenzione di ogni Mac è decisamente cheap. Certo, non è noioso come questo:
Si scherza :D
Nautilus di GNOME e in minor misura Dolphin di KDE hanno preso a piene mani da Finder, come del resto è naturale che ci si influenzi a vicenda (sempre di file manager si tratta, non è che si possa fare qualcosa di totalmente nuovo). Nautilus però, per dirne una, ha un comportamento più prevedibile.
Il Finder infatti è un po’ spatial e un po’ navigational. Sono arrivato a pensare che non sia esattamente nessuna delle due modalità, ma che gli abbiano semplicemente codato internamente una sorta di Intelligenza Artificiale con un caratteraccio capriccioso per cui ogni tanto decide di avviarsi con dimensioni ridicole, tipo che si inventa una barra di scorrimento orizzontale per mostrare mezza icona che lui stesso ha posizionato in fuorigioco. Personalmente poi non so che uso fare di Finder in modalità finto spatial (senza barre, solo contenuto).
Il posizionamento stesso delle icone all’interno delle finestre di Finder lascia molto a desiderare, perché nuove icone vengono create quasi coincidenti con altre, o fuori griglia, o ordinate a casaccio. Le cartelle non sono posizionate prima dei file ma mescolate ad essi, non c’è modo di mostrare velocemente le dimensioni dei file senza aprire la finestra delle proprietà per ogni file… insomma, non è tutt’oro. Decisamente più sensate le modalità colonne ed elenco, inutilmente coreografica la modalità Cover Flow e incredibilmente utile QuickLook, che non tutti sanno che è possibile estendere con plugin.

Il mouse è sempre stato un elemento critico per ogni Mac, fin dai tempi ormai superati in cui si ostinavano a non accettare il fatto che la gente ami il pulsante destro. Si ha subito la sensazione che sia una componente un po’ snobbata, ma c’è da dire che non uso alcun magic/mighty mouse: ho un banalissimo Logitech. La stessa assenza di accelerazione nello spostamento del cursore rende il mouse stancante da usare (infatti credo sia tipico impostarne la velocità al massimo). E poi la tragedia più grande: far girare la rotella del mouse sulle schede/pannelli (ad esempio di un browser) non fa niente! Le GTK+ hanno questa comodissima caratteristica di cambiare scheda allo scorrimento della rotella del mouse da sempre.
Parlando di comodità, chiunque venga dal mondo X11, e quindi in genere Linux, sia esso nell’incarnazione di GNOME o KDE o altri progetti minori, è letteralmente dipendente dai click del “pulsante centrale” del mouse, che spesso è ottenuto con la rotella del mouse, generalmente cliccabile. Le cause di manifestazioni di crisi di astinenza più comuni sono due: 1) non si riesce a fare il copia/incolla veloce come in X11, ossia copiare selezionando il testo e poi incollare cliccando il pulsante centrale; 2) non si riesce a gestire velocemente le finestre come in XC11, ossia spedire una finestra dietro alle altre cliccando con il pulsante centrale sulla barra del titolo. Per 1) bisogna sempre fare il noioso Mela C/Mela V; per 2) Bisogna sempre maledire sommessamente Steve “one more thing” Jobs.
Il gioco di squadra di Dock e Menubar è una delle cose che più affascinano noi pinguini, da qui ecco il fiorire di progetti come docky, awn e altre barre che imitano la funzionalità del Dock, così come tentativi quali la Global Menubar per GTK+. Come ho avuto modo di dire in passato, bisognerebbe andare oltre questo livello di scimmiottamento frivolo di MacOSX. Essenzialmente perché quel che non si potrà mai replicare è la coesione tra Menubar e Dock, imposta dall’alto. E poi perché il Dock resta comunque un coso mangiaspazio che non sai mai dove mettere: di lato occupa troppo spazio, devi rimpicciolire le icone ed è esteticamente e funzionalmente una mazzata, in basso mangia tantissimo spazio prezioso (specie su widescreen) a prescindere dalle dimensioni usate e infine l’autonascondimento provoca strane reazioni nervose e fa venire voglia di prendere a ceffoni i vostri congiunti.
#5: ma ok: *quasi* sempre
Eliminato lo scimmiottameno estetico che può portare solo a inutili e inevitabili complessi di inferiorità, dunque, a mio avviso ci sono però tante cose sensate per cui il sistema operativo di Apple potrebbe e anzi dovrebbe essere preso ad esempio dai distributori di software libero, in quanto è esso stesso in qualche modo una distribuzione di software a noi familiare, in gran parte libero, e presenta soluzioni razionali agli stessi problemi che noi pinguini più curiosi ci poniamo da tempo.
Il primo esempio che viene in mente è senza dubbio la distinzione di massima tra Sistema e Applicazioni. Semplificando enormemente: Il Sistema è il vero e proprio sistema operativo, formato dalla base UNIX (che con molti “più o meno” è simile a quella usata anche dalle distribuzioni GNU/Linux) più le varie API fino ad arrivare ad Aqua, e iLife su tutto. Potremmo paragonare questo ad una distribuzione minimale in cui venga installato esclusivamente il sistema base, più GNOME o KDE. Le Applicazioni non di sistema sono esplicitamente separate dal sistema, e si trovano raggruppate nella cartella Applicazioni, simile alla cartella Programmi di Windows ma aggiungendo il concetto ormai familiare di Bundle per cui cartella≈file=applicazione.
Conseguenza di tale distinzione è che ci sono due modi distinti di installare, rimuovere o aggiornare software. Quello di sistema viene aggiornato periodicamente proprio come nelle distribuzioni GNU/Linux, le Applicazioni non di sistema sono invece un simpatico gioco di trascinamento nella cartella Applicazioni, nessuna vera installazione nel senso stretto e tranne per alcuni casi particolari (su tutti: Microsoft Office) nessun installatore.
Stranamente Apple non ha previsto due aspetti: 1) l’aggiornamento delle Applicazioni non di sistema è lasciato come compito per l’utente e 2) La rimozione delle applicazioni lascia sempre alcune tracce, come ad esempio configurazioni residue (ma questo succede anche con gli altri sistemi operativi). Due lacune che sono comunque superate usando software di terze parti molto diffusi tra gli utenti Mac: AppFresh e qualcosa come AppCleaner.
Ci sono ovviamente tanti altri pretesti per pensare che MacOSX sia quasi sempre sensato, e sono i dettagli dell’uso quotidiano che non possono essere riportati in un articolo. Qui ne ho riportato solo uno che mi sta particolarmente a cuore. Sia chiaro che ci sono anche aspetti che fanno storcere il naso, come la primissima schermata dopo l’installazione in cui ti viene subito chiesto con sommo stile di sborsare soldi per MobileMe :P
Personalità e carattere
[...] Non arriverei a definire il cane un animale schifoso, ma è sicuramente sporco. Ma un cane ha personalità. E’ la personalità che cambia le cose [...]
[...] Mi rispettano tutti perché io ho carattere [...]
(Pulp Fiction, Quentin Tarantino)
Oltre alla razionalità delle scelte di fondo, oltre al design emozionale e allo stile da porta champagne, MacOSX ha soprattutto qualcosa che non è possibile spiegare a parole: personalità e carattere. È evidentemente frutto di una visione ben chiara, netta e omogenea di un dittatore geniale (per nulla benevolo ma che anzi ha fatto un’icona del suo essere scorbutico) che fa girare le cose in un preciso modo. Il suo.
Cosa “abbiamo” da imparare
Detta in maniera spicciola, la comunità di liberi sviluppatori, traduttori, grafici ecc ecc da sola non riuscirà mai a replicare qualcosa di lontanamente simile1. Non sarà mai possibile far emergere buone idee senza la sponsorizzazione di chi quanti hanno fatto di questo mondo il proprio affare multimilionario.
Lungi da me l’augurio di avere tra noi un aspirante Steve “ho finito i pullover” Jobs, a mio avviso non si deve nemmeno provare la strada delle imposizioni o delle decisioni dall’alto. Al contrario, si deve cercare la cooperazione. Se Canonical, Red Hat, Oracle, IBM, Novell e gli altri giocatori che guadagnano o intendono guadagnare grazie al software libero vogliono davvero mirare a raggiungere i livelli di MacOSX – ossia un pur sempre ridicolo 10% del mercato, ricordiamolo – devono nel loro interesse cominciare a cooperare e ad aprirsi tra di loro.
Questo significa far cessare la guerra fredda fatta di “io ignoro te, tu ignori me“, mettere fine alla vecchia gag della Linux Standard Base, convergere realmente verso sistemi di Init validi per tutti2, decidere un sistema di pacchettizzazione universale3 per non imporre lo strazio del “scegli il tuo download” e molto molto altro, in una parola: cooperare.
Se i grossi nomi non faranno questi passi ormai necessari, continueranno ad essere aziende che intrappolano il software libero dentro le loro strategie chiuse. In modo non troppo dissimile da Apple.
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