Il profeta Mr Ubuntu contro (quasi) tutti
felipe, 14 settembre 2010 @ 15:41 in News, Opinioni.
Etichette: Canonical, Mark Shuttleworth, Red Hat, Ubuntu
Oggi ho letto un interessante sfogo scritto da Mark “la risposta è dentro di te” Shuttleworth, riportato anche da Barra in SocialBox, in cui Mr Ubuntu risponde alle eterne critiche che gli vengono mosse, ossia di non contribuire abbastanza al kernel Linux e a GNOME, progetti su cui si basa il suo popolare sistema operativo.
La parole da lui scelte per rispondere alle critiche sono abbastanza interessanti, come accade ogni volta che il dittatore benevolente a vita auto-nominato si pronuncia. Tirando fuori grazie ricevute e miracoli, in sostanza reitera quanto Canonical stia insistendo da anni su un investimento in costante perdita e che Ubuntu è un miracolo di generosità, conseguenza diretta di un talento (che si misura in fantastiliardi). Nel suo lungo articolo non manca nemmeno la parabola1 della famigliola e dell’azienda di 20.000 postazioni (wow) che si affidano con entusiasmo ad Ubuntu.
Queste esternazioni non hanno mancato di fare insospettire alcuni (cfr la discussione in SocialBox), facendo forse perdere di vista il cuore della questione…
Basta mettersi d’accordo sul significato di “contributo”
Io lo dico da sempre, ogni volta che ho la possibilità di manifestare i miei sentimenti riguardo a questo tema: il vero contributo di Ubuntu non è e non può essere solo il ritorno di codice in upstream. Quello sarebbe sempre auspicabile e di sicuro c’è margine per miglioramenti e per procedure più trasparenti. Magari quando e se Canonical smetterà di essere una Cassa per il Mezzogiorno informatico2 e comincerà a produrre utili re-investibili nell’ecosistema.
Il contributo da valutare è invece essenzialmente rappresentato da Ubuntu stessa, una distribuzione di software libero totalmente aperta, che da anni ormai più di tutte le altre ha contribuito a sdoganare Linux tra non-nerd grazie al suo approccio “piacione”, alle sue piccole-grandi innovazioni e al suo riscontro presso il pubblico. Anche a costo di dover ingollare bocconi per qualcuno indigesti come il fatto che “Ubuntu non è Democrazia: è un Marchio. Sorpresi?“. È inutile al momento pretendere altro da Canonical, che ricordo essere solo una piccola azienda in costante perdita. Nulla a che vedere da una parte con l’eccellenza insuperata di Red Hat nel segmento server, che conta su margini di guadagno attentamente meritati e saggiamente utilizzati per finanziare il lavoro su molti progetti, dall’altra con Debian in quanto sforzo interamente comunitario.
In questa ottica io non riesco a non essere d’accordo con il messaggio di fondo di Mr Ubuntu. Per definire il suo modello di business la parola generosità ci può proprio stare e anzi proprio per questo faccio il tifo affinché diventi un affare sostenibile e in grado di avere mezzi per contribuire ancora di più e nel modo in cui viene chiesto a gran voce come se fosse l’unico3 . Sarà quello il banco di prova, se preferite. Insomma non serve dare addosso solo perché Ubuntu è una distribuzione molto popolare o perché rischia di diventare sinonimo di Linux o ancora perché il suo fondatore è ricco sfondato: non so quanti al suo posto si sarebbero lanciati in una controversa avventura del genere, invece di comprare un atollo :)
C’è posto per aziende di successo, per sforzi comunitari e anche per gente che esplora nuovi modelli di business apparentemente suicidi. OK, di sicuro “si può dare di più” (lolcit), ma francamente non vedo chi dovrebbe o potrebbe farlo.
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