Android visto da un pinguino curioso
felipe, 15 marzo 2011 @ 18:09 in Recensioni.
Etichette: Android, Nexus One
Facendo due calcoli a partire dal tweet in cui ho dato notizia dell’acquisto, sono un utente di Android da circa tre settimane. In realtà qualche mese fa avevo già avuto una precedente esperienza con un Android da quattro soldi, ma è solo da quando possiedo un Nexus One che posso dire di aver dedicato meritate morbose attenzioni al sistema operativo mobile più cool del momento.
Durante questo periodo d’uso e di assoluto abuso, ho preso alcuni appunti che adesso voglio regalarvi. Lo avrei fatto anche prima, ma ho cercato di trattenermi dal rendere subito pubbliche le mie prime considerazioni per scongiurare la possibilità di scrivere giudizi avventati o le classiche castronerie del principiante, di quelle che poi procurano vergogna quando vengono rilette a distanza di tempo…
Devo dire però che, a distanza di circa venti giorni, confermo che le impressioni che ho avuto nel primo impatto restano valide. E questa, Signore e Signori, era la chiave di lettura della recensione.
Android è Linux? GNU? Open source?
Togliamoci subito dalle palle la questione più idiota. Android è Linux. Diffidate da chi vi dice altrimenti, prima di tutto perché dice il falso, e poi perché vi porta a discutere su una questione inesistente, sostanzialmente rubandovi del tempo che nessuno vi restituirà mai più. Visto che io ci sono cascato all’epoca, vi risparmio la pena e argomento con alcune precisazioni. Android è basato sul kernel Linux: come potete vedere nella schermata qui a fianco, sul mio Nexus One gira Android 2.3.3 Gingerbread, basato su kernel Linux 2.6.35-e-rotti.
Differente discorso, completamente slegato, è se Android sia GNU/Linux. In questo caso dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa significhi GNU/Linux e perché, ma ad ogni modo direi che no, Android non è GNU. Il sistema è open source e contiene parti GPL, ma che io sappia non derivano dal progetto GNU, del resto tutte le distribuzioni Linux hanno in fin dei conti ben poco di quel che si definisce strettamente GNU.1.
Ovviamente dire che Android è Linux non significa che Android è Ubuntu o Fedora o SUSE ecc… A parte il kernel Linux, tutto il grosso delle API per le applicazioni è fornito da Dalvik, una versione modificata di Java creata da Google. Così come non ci sogneremmo di installare Tux Racer su un orologio Linux o qualsiasi dispositivo Linux embedded, le applicazioni scritte per GNU/X11/GTK|Qt/Linux non girano su Android e viceversa, that simple.
In realtà la questione è vissuta male da chi tira in ballo politica, religione e lo stravagante timore che Google si appropri di Linux in qualche modo, se ci pensate sono un po’ le stesse strane paranoie spesso sollevate riguardo a Ubuntu… Ora, se c’è un dibattito in cui non voglio minimamente mettere piede è quello religioso/politico, a me basta sapere che il codice sorgente di Android è aperto e regolarmente rilasciato ad ogni nuova versione e che tale codice, basato sul kernel Linux, pilota il mio smartphone e quello di un numero sempre crescente di utenti, che possono avere un’alternativa aperta ad iOS e altri sistemi proprietari.
Come funziona?
Bene! Il funzionamento di Android, sia su telefoni che su tablet, non si discosta molto da quello di un qualsiasi sistema operativo per smartphone o in generale per dispositivi mobili con schermo ridotto di ultima generazione. Si tratta di caratteristiche essenzialmente dipendenti dall’hardware, che definiscono l’esperienza utente, ne cito alcune:
- Non esiste il concetto di finestra così come ci hanno abituati i sistemi operativi desktop, le applicazioni sono eseguite a tutto schermo o quasi;
- Non esistono pertanto le decorazioni delle finestre, le finestre non vengono ingrandite, rimpicciolite o chiuse (a terminare le applicazioni ci pensa Android dopo un po’ che non le usate);
- Non esistono i menu attaccati alla finestra, sono sostituiti da menu a comparsa vagamente contestuali, che appaiono alla pressione di un apposito tasto “menu”;
- Esistono le finestre di dialogo, anche se sono enormemente semplificate e in genere si limitano a poche informazioni;
- La maggior parte delle operazioni viene svolta su interfacce semplificate e a prova di “dita a banana”, con pulsantoni che se rapportati alle dimensioni di un desktop risulterebbero ridicolmente ampi;
- Non avendo (o quasi) la possibilità di usare dispositivi di puntamento che non siano il click/tap, non esistono tooltip o altri effetti che nelle interfacce tradizionali vengono avviati quando ci si posiziona con il cursore sugli elementi.
Elementi comuni a tutti o quasi i sistemi operativi mobili, insomma. La particolarità di Android è la presenza caratteristica di alcuni pulsanti fisici, che ad esempio in iOS sono ridotti ad uno. Escludendo i canonici tasti Accensione/Spegnimento e Volume Su/Giù, nel mio Nexus One, il terminale Android per eccellenza, sono presenti inoltre:
- Tasto ← annulla l’ultima operazione o tornare alla schermata/applicazione precedente;
- Tasto menu per attivare il menu contestuale della finestra attualmente in primo piano;
- Tasto home per tornare alla schermata principale;
- Tasto cerca per lanciare appunto la ricerca (Google, applicazioni installate, contatti, file ecc ecc, configurabile);
- Trackball cliccabile che svolge in qualche modo la funzione di cursore e risulta molto comoda per spostarsi all’interno delle parole, nei campi di testo.
Non tutti i terminali hanno tutti i tasti, ad esempio io farei tranquillamente a meno del tasto di ricerca, anche se qualcuno che lo ritiene in maniera disinteressata molto comodo e indispensabile c’è (leggi: Google). Il Samsung Galaxy S ad esempio non lo ha.
Una volta acceso un terminale Android, sbloccato lo schermo e/o inserito il codice PIN della SIM, ci si presenta una schermata detta home, che può contenere icone/lanciatori, cartelle speciali (es: contatti preferiti) e – caratteristica di Android – i “widget”, piccole applicazioni che restano appiccicate al “desktop”.2

La home disegnata da LauncherPRO, che a destra mostra la panoramica di tutte le home.
L’impostazione predefinita di Android è di avere cinque di questi desktop, che si possono scorrere trascinandoli verso destra o sinistra (quello principale sta al centro, ossia è il terzo), ma questa disposizione è modificabile sia dai produttori che dagli utenti, come tante altre, sostituendo l’applicazione che la gestisce, detta “launcher”. A parte mostrare i desktop, altra funzione caratteristica del launcher è garantire accesso alla cartella delle applicazioni, che non sono mostrate direttamente nelle varie homescreen come in iOS ma raggruppate in una unica vista a scorrimento verticale.
Dicevo che il launcher è solo un’applicazione, liberamente sostituibile, in realtà quasi tutti gli aspetti dell’interfaccia sono costituiti da applicazioni intercambiabili a piacimento. Questa estrema flessibilità può spiazzare, perché non siamo abituati a ragionare in termine di “applicazioni” anche per funzionalità che saremmo portati a ritenere funzioni primarie di un telefono: ad esempio il “dialer”, il tastierino numerico che permette di effettuare chiamate, è un’applicazione; per leggere/scrivere sms viene lanciata un’applicazione, e così via… tutte parti sostituibili (in realtà non si tratta proprio di sostituire, quanto di affiancare, come vi mostro più avanti).
Note alla pagina:
Articolo multi-pagina...
Altri articoli interessanti









Discussione per
"Android visto da un pinguino curioso"