Il tuo prossimo PC? Un telefono Android. Con Ubuntu. O anche no.
felipe, 23 febbraio 2012 @ 12:46 in Opinioni.
Etichette: Android, ASUS, Canonical, Google, Motorola, Ubuntu
Quando scrissi “Usare Android come una qualsiasi distribuzione Linux“… elencai anche… ma perché accidenti sto parlando al passato remoto? Ad ogni modo, ho sempre sostenuto che una delle questioni più importanti del successo di Android è che si stratta di Linux.
Oltre lo studio accademico, il rendering di Toy Story o le query sui server di Google, Linux approda a quella che per noi vecchi pinguini progressisti era l’ultima frontiera: la quotidianità. Con buona pace di Richard “a quei tempi lavoravo al MIT” Stallman, oggi milioni di persone normali usano Linux ogni giorno. Comunicano, navigano, registrano video compromettenti, controllano voli, contano le calorie dei pasti, lanciano uccelli su porci e altre cose importantissime.
Una delle aziende che ha da tempo capito da quale parte spira il vento del supporto degli Independent Software & Hardware Vendors è Canonical, che mira a unificare l’esperienza mobile con quella desktop cercando di sfruttare il successo di Linux nella sua incarnazione di Android. Adesso vi spiego meglio di cosa si tratta, perché è un’ottima idea e perché potrebbe essere destinata a fallire.
Premessa: L’importanza di essere Linux
Quando abbiamo dichiarato il nostro amore condizionato ad Android, il sistema operativo mobile quasi aperto di Google, lo abbiamo fatto non solo in virtù della sua semi-apertura (che comunque è tutto quel che si può ragionevolmente pretendere in questo caso), ma del fatto che usi il nostro kernel preferito. Tutto ciò per un motivo solo: supporto hardware (e software in certa misura).
Android sta riscuotendo un successo enorme. Tutti i principali produttori che non siano stati acquistati e affossati da Microsoft (indovina l’identikit) hanno a listino molti modelli di telefono o tablet pilotati da Android. Non riporto classifiche e statistiche, che lasciano il tempo che trovano, ma tutti noi sappiamo che molte delle persone che ci circondano adesso usano Linux pur non sapendo nemmeno cosa sia. Questa ultima affermazione per qualche brufoloso cantinaro reazionario è il male assoluto, per l’ingenuo inguaribile ottimista è una vittoria dell’umanità, per noi è un’ottima occasione per esercitare la nobile arte del distinguo.
Siamo consapevoli che usare il kernel Linux non fa di Android una tipica distribuzione Linux? Sì. Ma andiamo oltre quel dato di fatto. Guardiamo cosa stanno facendo i principali produttori hardware per accaparrarsi il primato tra i costruttori di dispositivi Android, penso a Nvidia con la sua piattaforma Tegra ad esempio. Oppure storiche software house che hanno sempre snobbato Linux e invece adesso rilasciano Autocad e Photoshop per Android (cfr “Finalmente Photoshop su Linux. Una specie“).
Siamo coscienti che tutto questo fermento non è sempre rispettoso delle priorità etiche e filosofiche che stanno alla base del software libero? Sì. Ma a questo serve la competizione: chi è pronto alla riscossa contro Nvidia è niente meno che Intel, famosa dalle nostre parti per i suoi contributi direttamente al kernel Linux, al progetto Wayland, a Moblin/MeeGo/Tizen/Quelcavolochesichiamastamattina e di averlo fatto in maniera aperta. Se nel giro di un paio d’anni Android è diventato popolare e riceve attenzione unanime, Linux diventa popolare. Se questo accade, i principi che ne stanno alla base avranno comunque l’attenzione che in vent’anni di distribuzioni desktop abbiamo sudato e mai ottenuto fino in fondo.
Dichiaro chiusa la premessa. Torniamo a Ubuntu su Android.
Di cosa si tratta
Mark “se io ho una mela e tu hai una mela” Shuttleworth ci tiene a fare il vago. Un paio di giorni fa ha pubblicato un annuncio, come segnalato da obo (leggetevi la discussione) che collocherei tra l’ermetismo onirico di Vittorini e il testo di Stairway to Heaven: è riuscito a dire tutto e nulla in un modo così aggraziato che merita un approfondimento e pure un assolo.
Il suo tutto e nulla suona più o meno così: “Magic! Abbiamo integrato Ubuntu in Android. Wow!”, e poi continua sull’importanza di amalgamare l’esperienza desktop con la portabilità dei telefoni, menziona il fatto che questa soluzione include anche Ubuntu TV e aggiunge un paio di altre frasi smozzicate. Per avere più informazioni su quel che intendesse, basta seguire il link da lui stesso indicato, ovvero ubuntu.com/devices/android che già dal nome dell’url dice davvero tanto.
Sul sito dedicato troviamo tutte le spiegazioni del caso, esposte in maniera chiara ed efficace. Quel che ho notato è che il destinatario di tutte quelle informazioni non è l’utente ma il distributore e il produttore hardware. Ci sono continui richiami alla convenienza di adottare soluzioni che invoglieranno i consumatori a desiderare telefoni sempre più potenti e tutta una serie di complementi hardware pensati allo scopo: dock, tastiere e trackpad.
Il misterioso connubio tra Ubuntu e Android consiste semplicemente nella possibilità di avviare Ubuntu all’interno di Android ogni volta che il telefono viene connesso a un monitor esterno, grazie al fatto che i due sistemi operativi utilizzano lo stesso kernel. Non si tratta di un dual boot, è piuttosto un avvio contemporaneo, immagino tramite un uso sapiente di chroot, tant’è che oltre ad accedere ai file contenuti nel telefono saremo in grado di avviare le applicazioni Android dentro Ubuntu, cosa che del resto non ci giunge affatto nuova. Ecco come appare:
Interessante, sì?
Perché è un’ottima idea
Che con i telefoni ultrapotenti che abbiamo in tasca si possa fare davvero molto più che telefonare è ormai un dato di fatto, certi giochi girano più fluidamente su telefoni di ultima generazione che su un laptop mediamente potente. Processori multicore e multigigahertz, ram generosa, schermi con risoluzioni ormai ragguardevoli (i 1280×720 pixel del Galaxy Nexus) e autonomie con batteria quasi sempre al di sopra sopra ogni aspettativa di un comune portatile, fanno sì che qualcuno abbia già da tempo cominciato a carezzare l’idea di connettere telefono a monitor, mouse/trackpad e tastiera per ottenere il più portatile dei PC. Qualcuno tipo Google ad esempio:
Come vedete, già adesso con un po’ di arrabattamenti si può usare un Galaxy Nexus come un computer dekstop, appare perfino il puntatore del mouse. Ovviamente l’interfaccia è ancora fortemente indirizzata all’uso con touchscreen, infatti nel video si fa uso di una Magic Trackpad Apple in una combinazione con tastiera che mi ricorda qualcosa ;-) Ma cosa succederebbe se una volta connesso un monitor esterno il telefono reagisse in maniera adeguata? Potrebbe ad esempio spegnere il display per ottimizzare i consumi, magari cambiare l’interfaccia di Android da telefono a tablet (Ice Cream Sandwich è stato creato apposta per contenerle entrambe).
Succederebbe quel che di sicuro avverrà già con le prossime versioni di Android.
Perché potrebbe fallire
L’idea è ottima, come ho già detto, eppure Ubuntu per Android potrebbe facilmente essere un totale, assoluto e clamoroso flop per alcuni semplici motivi.
Prima di tutto, c’è già chi lo sta facendo, e meglio. ASUS con il suo Transformer proponeva da tempo qualcosa di abbastanza dissimile nella realizzazione ma non nel concetto: un tablet che una volta connesso a una tastiera/dock si trasforma di fatto in un portatile. Tra un paio di giorni presenterà invece il suo Padfone, qualcosa di ancora leggermente diverso, ma molto probabilmente basato proprio sull’idea di connettere un telefono a uno schermo per farne un tablet e a una tastiera/dock per farne un portatile.
La stessa Google dal canto suo si sta espandendo esattamente nella direzione intuita da ASUS, Canonical e decine di altre aziende, perfino la conservatrice Apple che con il suo Mountain Lion da poco presentato ha confermato la tendenza: unificazione di esperienza mobile e tradizionale. Tutti i principali sistemi operativi desktop sono ormai dichiaratamente travolti dal successo di iOS e Android e l’azienda più qualificata per cavalcare l’onda dell’unificazione è proprio Google, che non ha vecchia utenza desktop da convertire ma ha solo da guadagnare. Vedremo molto presto i risultati dell’integrazione tra interfaccia mobile e desktop iniziati con Ice Cream Sandwich, magari su hardware Google o Motorola, anch’essa impegnata in prima linea nel trovare soluzioni in tal senso (ad esempio con l’Atrix, come ricordato da Barra Vi nella discussione di obo).
Se tutti ci stanno provano e sembra un’ottima idea, per quale motivo dunque la soluzione proposta da Canonical potrebbe fallire? Ne elenco un paio:
- Tutte le altre soluzioni si basano su Android. Un solo sistema operativo, niente hack. Canonical invece deve far convivere Ubuntu all’interno di Android, con tutti i rallentamenti di ogni genere che possono venirvi in mente, non sono in esecuzione ma anche e soprattutto nello sviluppo, mantenimento e supporto (vi immaginate una ipotetica chiamata al centro assistenza?).
- È ancora presto per criticarne i difetti, ma a giudicare dal video sembra che l’integrazione con le applicazioni Android sia piuttosto approssimativa. C’è bisogno che vi dica che il più grande valore aggiunto di Android rispetto a Ubuntu sta proprio nelle app?
- Se anche in futuro lo scambio di applicazioni tra Android e Ubuntu avvenisse non tramite un hack a base di VNC o non ho ben capito cosa ma il tutto funzionasse correttamente (schermo intero, ogni applicazione la sua finestra, eccetera), chi mai vorrebbe usare Shotwell invece che Gallery.apk? Stesso dicasi per un po’ tutte le applicazioni preinstallate: Mail, Browser… dobbiamo aspettarci una Ubuntu minimale dal dubbio senso?
- Tra le tante cose non ancora chiare c’è anche la questione relativa all’apertura o meno del codice. Shuttleworth ha risposto che “tutto quel che è in Ubuntu sarà open source”, dimenticando forse Ubuntu One che contiene parti chiuse lato server oppure dichiarando implicitamente che sarà reso open source.
Insomma, resta tutto da vedere. Tutte queste osservazioni potrebbero trasformarsi da debolezze in punti di forza. Se il prodotto sarà bene ingegnerizzato e sviluppato, se l’integrazione maturerà e se gli angoli verranno smussati per garantire un’esperienza utente soddisfacente, Ubuntu potrebbe anche concorrere alla pari con Google/ASUS/Motorola e tutte le altre aziende che dalla loro hanno i vantaggi iniziali già descritti.
Se poi il tutto fosse completamente open source sarebbe indubbiamente un enorme punto a favore.
L’assolo
Come promesso:
La versione “lunga” con uno dei soli più ormonali che io ricordi, @2:45″
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